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“Non ho mai visto un generale andare in guerra ridendo”

Nella sala d’oro del Musikverein a Vienna Riccardo Muti è agli ultimi ritocchi nelle prove del Concerto di Capodanno. Con i Wiener Philharmoniker sceglie che tipo di rubato adottare nel celeberrimo attacco del Danubio blu, il valzer più famoso di tutti i tempi, il coronamento della gloria del suo autore, Johann Strauss jr, e bis immancabile nel rito musicale più planetario: lunedì mattina saranno 95 i paesi collegati con la televisione austriaca, ma la Rai continua a preferire la diretta dalla Fenice di Venezia e la differita postprandiale per il concerto viennese, benché sul podio questa volta salga il direttore italiano più insigne.

Ce ne sarebbe ben d’onde, anche considerato il programma intessuto di omaggi al nostro paese, come la quadriglia su temi del verdiano Ballo in maschera, di Strauss jr, e il galopp sul rossianiano Guglielmo Tell di Strauss sr. «Ma non è che Strauss jr volesse fare la parodia di Verdi – spiega Muti – perché il pezzo è un omaggio a lui inanellando i temi principali di quell’opera. Verdi, dal canto suo, riteneva Strauss uno dei suoi colleghi più dotati: nell’archivio della Società degli Amici della Musica, qui a Vienna, sono conservate molte lettere che i due si sono scambiati».

Sul galopp di Strauss padre, tuttavia, Muti ha qualche dubbio: «Prende il tema finale dell’ouverture di Rossini e lo fa diventare qualcosa di comico. È un pezzo corto e geniale, ma non dobbiamo dimenticare che in origine quella è una musica di battaglia, della rivolta guidata da Guglielmo Tell contro l’oppressore Gessler. Vedo che molti direttori, magari più bravi di me, dirigono quel finale rossiniano con un sorriso: ma io non ho mai visto un generale che va in guerra ridendo».

A Muti, poi, non sfugge la fortuna che Strauss jr. ebbe in Italia nel corso dell’Ottocento: «Fu molto popolare, come lo fu anche Wagner, e ciò diede dei problemi pure a Verdi. Intraprese una grande tournée italiana nel 1874, e per ricordarla ho inserito in programma uno dei pezzi che egli aveva offerto all’epoca agli ascoltatori italiani, la polka veloce Freikugeln». La presenza di Muti per la quinta volta sul podio del concerto di Capodanno si colloca in un percorso di 48 anni di sua collaborazione ininterrotta con i Wiener Philharmoniker – «spero di arrivare a 50», chiosa – e si pone all’interno di un’antica tradizione di rapporti culturali tra Napoli e Vienna. «Può sembrare strano che un napoletano diriga i valzer viennesi, magari anche un poco razzista, non a Vienna, ma più che altro nel mio paese. Ma non bisogna dimenticare che una figlia di Maria Teresa diventò regina a Napoli: Maria Carolina fece tanto per la cultura e la musica napoletana del Settecento, oggi non facciamo altro che proseguire il dialogo culturale tra quelle che furono le capitali di due regni importanti».

Con i Wiener Philharmoniker il rapporto è ideale, l’intesa è immediata nelle grandi linee come nei particolari: lo si vede bene anche in prova, ogni gesto si tramuta nel fraseggio e nel suono voluto. «Ma il tipo di rubato che si può realizzare con loro non può essere descritto», tiene ad aggiungere; «questa musica ti avvolge, entri in una dimensione di sogno, nessun altro concerto con nessun’altra orchestra può essere uguale a questo e non si può iniziare l’anno in altro modo, con migliore serenità. Chi lo fa con il Va’ pensiero del Nabucco e con il brindisi della Traviata – dice alludendo al concerto della Fenice – non si rende conto che uno è il lamento di un popolo prigioniero e che l’altro non è un valzer di gioia. La Traviata inizia con una musica di tragedia e in quel valzer Violetta cerca di trovare una felicità che non ha, alla fine dell’opera muore».

via La Stampa